martedì 24 luglio 2012

DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO (D.O.C)



Vi sarà  capitato di osservare persone ripetere dei rituali particolari, come tornare indietro più volte , dopo aver già chiuso la porta di casa,per assicurarsi di aver serrato bene la manopola del gas, controllare più volte di aver chiuso bene l’auto, girare intorno la stessa e sincerarsi che gli specchietti siano flessi verso l’interno, oppure lavarsi le mani in continuazione o compiere dei rituali antimicrobi sofisticati e particolari.
Tutto questo ha un nome ben preciso, è un disturbo della personalità per la precisione il DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO ( D.O.C).

Chiaramente molti di noi hanno dei piccoli atteggiamenti ossessivi ma finchè non creano disagio e quindi finchè  questo atteggiamento non sia ego distonico  può considerarsi assolutamente gestibile ;sono solo piccole manie con cui è possibile tranquillamente convivere. Quando il disturbo diventa patologico  ,provocando un disagio fisico e psichico ,allora è importante intervenire.
La diagnosi viene fatta da un esperto ( psicologo, psichiatra) mediante colloqui e somministrazione di test.
L’ossessivo compulsivo dipende dalla propria stessa ossessività ed in un certo senso può essere considerata una personalità dipendente.
L’ossessivo compulsivo è un perfezionista che mira ad altissimi risultati con un’attenzione maniacale per le regole,gli elenchi, l’ordine, i dettagli l’organizzazione o le bozze schematiche, le procedure, la forma. Il Suo impegno è talmente alto e stressante che succede talvolta che nel prestare eccessiva attenzione perde di vista l’obiettivo e non porta a termine il proprio lavoro.

Spesso ha un forte attaccamento al lavoro ed alla produttività trascurando i passatempi e le amicizie.Molto coscienzioso e scrupoloso, è inflessibile per quanto riguarda la moralità, l’etica e i valori. Infligge a sè e agli altri principi molto rigorosi.
Queste persone sono rigide ed irremovibili, aggressive , talvolta di quella aggressività passiva, possono anche essere apparentemente persone dolci ed accoglienti talvolta eccessivamente disponibili per paura che dicendo no possano essere considerate non perfetti e quindi non amabili, ma se si fuoriesce dai loro standard morali rigorosi diventano molto aggressive, ed anche molto critiche nei confronti di se stesse e degli altri.
Incapaci di buttare oggetti usati o inutili. Talvolta sono avare,non come predisposizione d’animo ma per paura di catastrofi tendono ad avere un tenore di vita inferiore rispetto alle loro reali possibilità economiche per essere così sempre pronte all’emergenza. Non sono sempre consapevoli della loro  inflessibilità , il rituali ossessivo  che mettono in atto servono solo a sedare la forte ansia che le caratterizza.
Difficilmente delegano compiti o sono disponibili a condividere il lavoro con altri, non accettano critiche al loro lavoro altrimenti cadono in una forte frustrazione e per questo è sconsigliato un lavoro di dipendenza. Si ostinano irrazionalmente affinché ogni cosa sia compiuta nella loro modalità, prodigando istruzioni precise su come si devono fare le cose. In nessun modo riescono a prendere  in considerazione la possibilità  che ci sia un altro metodo o un’ altra strada per giungere al risultato. Inevitabilmente influenzano in questo modo chi gli sta vicino, rendendo spesso insicuri i propri interlocutori su cosa effettivamente è giusto fare o non fare, deprivandoli della propria capacità di scelta invadono i confini dell’altro.
Caratteristica di questo stile di personalità è pensare in termini di devo. Tale pensiero induce ad agire in base ai propri standard interiorizzati, oltremodo rigidi piuttosto che fare quello che si desidera o preferisce che purtroppo viene del tutto risucchiato dal vortice dell’ossessività fino a dimenticare quali possano essere davvero  le cose che possono farlo distrarre o far stare meglio.

Sia che si hanno tali caratteristiche o che ci sia un’ossessione per la pulizia , l’ordine , il controllo , la simmetria, si parla sempre di disturbo ossessivo compulsivo.
E’ un disturbo pervasivo disfunzionale che influenza la vita della persona e compromette la sua sfera relazionale alla cui base c’è uno stile di attaccamento ansiogeno.
Questi individui provengono da un rapporto iperprotettivo con la madre o da un’eccessiva non curanza della stessa,oppure dalla prematura dipartita, quindi alla base c’è un eccesso o  una mancanza di controllo e contenimento.
Le persone che hanno questo disturbo tendono ad influenzare la vita dei familiari fino a renderla complicata,alcuni centri specializzati offrono counseling d’ascolto ai familiari degli ossessivi compulsivi.
Ma questa mania del controllo da cosa davvero deriva?
Alcune scuole fanno derivare il disturbo D.O.C da problemi biologici genetici relativi ai precursori della serotonina ed in tal caso una terapia farmacologica con stabilizzatore dell’umore e ansiolitico potrebbe essere  molto importante (solo uno psichiatra può somministrare farmaci dopo una diagnosi).
Che tipo di approccio utilizzare con il counseling psicologico?

   E’ fondamentale ascoltare la storia del paziente e valutare la possibilità che      l’ansia sia la  conseguenza di un evento traumatico , oppure di una patologia organica o psichiatrica (per es. malattie endocrine o neurologiche; depressione), in tal caso come ho scritto su l’uso di farmaci è essenziale.
In ogni caso qualsiasi sia l’origine dell’ossessività ci sono varie tecniche applicabili che possono tranquillamente essere associate anche all’uso dei farmaci.
Una buona tecnica per aiutare il paziente ( cliente), trattandosi comunque di un paziente che alla base ha un serio disturbo d’ansia ed una marcata apprensione per la vita è un approccio non direttivo, di molto ascolto e di molta accoglienza ed empatia.
In effetti il counseling può favorire tutto questo, soprattutto se utilizzato secondo la tecnica del suo ideatore Carl Rogers, quindi con una tecnica rogersiana. Egli nutriva profonda fiducia e rispetto nell’essere umano; credeva che chiunque può essere in grado di affrontare i propri problemi nel modo più adeguato se posto in una situazione di “accettazione incondizionata”. Questo fa si che la persona si senta autorizzata ad esprimersi, ad essere se stessa, ad abbassare le difese e a lasciar emergere soluzioni creative e personali ai propri problemi, proprio perché avverte la relazione con l’operatore come molto sicura e rispettosa della libertà personale.
Ma avere competenze in counseling ad approccio integrato   è utile in quanto  dinanzi ad un caso concreto è possibile , seguendo man mano il proprio istinto , applicare più tecniche in base a quel che viene fuori  durante le sedute col paziente.L’apertura iniziale verso il  cliente sicuramente dovrebbe essere rogersiana, empatia, ascolto e accettazione incondizionata,ma poi non bisogna assecondare troppo il paziente (cliente) e non permettergli di far uscire la sua rabbia esplosiva che potrebbe venire fuori man mano che racconta di sé,quindi esortarlo a contenere la rabbia  altrimenti si corre il rischio di fortificare i suoi schemi e le sue liste maniacali .Non è assolutamente indicato togliere improvvisamente i suoi codici di gestione dell'ansia , l’ideale è  aiutarlo a modificare il suo atteggiamento con codici sempre meno coercitivi .Proporgli nuovi schemi e ridimensionare gli schemi rigidi strutturati diviene fondamentale.
Il counseling prevede anche l’utilizzo di tecniche di respirazione e rilassamento che sono estremamente indicate nel trattamento dell’ansia come in quello del paziente ossessivo compulsivo, dato che questa comporta una costante tensione fisica e difficoltà di respiro fino ad episodi come l’apnea e il senso di soffocamento che, insieme ad altri elementi, caratterizzano per es. un attacco di panico. Per questo, praticando queste tecniche, si può ottenere un progressivo benessere, migliorando il proprio stato d’animo, aumentando la distensione muscolare e migliorando l’equilibrio interno.
L’apprendimento di queste tecniche può essere inserito nella creazione graduale di un nuovo  percorso di “autoanalisi” che insegna al paziente ( cliente) come gestire la propria interiorità per imparare ad orientarsi o ri-orientarsi nelle varie circostanze che la vita presenterà



Emanuela de Vita ( counselor professionale ad approccio integrato in formazione)

domenica 22 luglio 2012

IL GIOCO DELLA SABBIA

ideato dal grande psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung e dalla sua allieva Dora Kalff, il gioco della sabbia si basa sull'espressione della propria creatività ,  un modo straordinario per prendersi cura di se stessi attraverso le mani e l'anima.


Ha una validità diagnostica e un'efficacia terapeutica tanto per gli adulti quanto per i bambini.

La terapia del gioco della sabbia avviene all'interno di  una stanza adibita al gioco, una grande vasca in legno , chiamata sabbiera( vedi foto) ,con all'interno sabbia sia bagnata che asciutta.
Sugli scaffali della sand play room sono accessibili a grandi e a bambini  centinaia di figure in miniatura che spaziano dalla gente comune, alle bestie mitiche a piantine,alberelli , modelli di giocattoli inanimati etc.. .Il giocatore d'anima segue il proprio  impulso creativo scegliendo gli oggetti e componendo  un ambiente immaginario  sulla sabbia .
Sia che che il giocatore abbia un tema in mente o che lavori mosso solo dall'inconscio  sceglie comunque i simboli per comporre la sua creazione, simboli  che raccontano i sentimenti confusi, i problemi e le preoccupazioni.
 La guarigione avviene proprio nel processo di liberazione con l'auto-espressione dell'inconscio che viene attivato proprio con la realizzazione dello scenario immaginativo che tocca gli strati più profondi che verbalmente sarebbe impossibile raggiungere.
E' così possibile liberare le forze dell'emisfero destro del cervello, quelle intuitive e corporee, istintuali ed immaginative, allo scopo di compensare ed equilibrare quelle logiche e razionali, asettiche ed astratte, unilateralmente privilegiate dalla coscienza collettiva.


Il gioco per il bambino è fondamentale, il momento ludico è sempre altamente educativo sia che si esprima nel gruppo che in solitudine. Durante il gioco i bimbi  si sentono sicuri di non subire critiche o direttive, ma godono solo della  comprensione e della presenza di un supporto. Il loro gioco diventa serio quando le loro creazioni riflettono il dramma di quanto sta accadendo nella loro vita. Cominciano pertanto a stare meglio esprimendo anche fuori  i loro problemi inconsci e risolvendosi nel processo di liberazione immaginativa.
La sabbia nella sua facile manipolazione stimola molto le sensazioni tattili,facendo riaffiorare la primordiale forza della terra, elemento naturale da cui trae origine la vita.Spesso il modo con cui si manipola la sabbia rappresenta il rapporto che si ha col proprio corpo con la proiezione dell'antica esperienza delle cure materne, si raggiungono così strati veramente profondi della propria anima e della propria natura diversamente irraggiungibili.
Raggiungere i contenuti problematici per mezzo delle immagini risulta più accettabile e meno spaventoso del sognarli o del percepirli confusamente.


Lo scenario immaginario creato diventa un campo comune in cui partecipano mente corpo anima e spirito.
La sabbiera diventa pertanto  la rappresentazione dell'inconscio , il terapeuta partecipa alla creazione in modo interattivo  predisponendo sguardo , campo visivo , mente ed attenzione  alle emozioni paraverbali del giocatore d'anima esternate dalla sua mimica e dal suo sguardo mentre realizza la sua creazione che altro non è che uno scenario simbolico carico dei contenuti del paziente e del suo stesso inconscio colletivo.
Il terapeuta rielabora e valorizza  insieme al paziente ,giocatore d'anima ,la sua creazione, che non è stata fluenzata con il linguaggio verbale ma anzi è stata rinvigorita con l'energia del silenzio del giocatore e del terapeuta,l'immagine sulla sabbiera diviene così una celebrazione dell'inconscio liberato nella creazione stessa .


Ottimo conoscitore del gioco della sabbia, oltre ad essere stato uno dei primi analisti a divulgarlo  in Italia  è il dott. Mario Mengheri.


Psicologo, Biologo, Specialista in Psicologia e Sessuologia Clinica, Psicoterapeuta della coppia e della famiglia. Specialista in Psicosomatica, (Iscr. Albo Reg. Toscana n° 556 dal 14.12. '89), Psicoterapueta, Psicologo Analista e Terapeuta della Sand Play. Membro ordinario dell'Associazione Italiana per la ricerca in Psicologia Analitica (A.I.P.A). Membro associato dell'International Association for Analytical Psychology (I.A.A.P.). Docente c/o Corso di Laurea in Psicologia Clinica, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università di Pisa. Docente Corso di perfezionamento in Diagnosi e terapia dei disturbi psicosomatici e in promozione della salute c/o la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università di Siena. Docente del Corso di Adolescentologia c/o la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università di Pisa. Fondatore, Docente e attuale Presidente dell'Associazione Italiana Ricerca psicosomatica (A.I.R.P.). Ha all'attivo più di 100 pubblicazioni, 4 volumi e (a cura di) 6 riviste (Sentieri, ETS, Pisa). L'ultimo volume a cura del Dott. Mengheri è Formazione alla relazione di aiuto. Il counsleing ad approccio integrato. Ed. FrancoAngeli Milano (2010). A breve (ottobre 2011) uscirà il volume monotematico di Riza Scienze a cura del Dott. Mengheri dal titolo: Il metodo AIRP. Il counsleing per aiutare noi stessi e gli altri. Le risorse personali (innate) come "strumento" per la salute: ognuno può aiutarsi scoprendo cosa ha ma non sa di avere. Attualmente è Direttore del Corso di Counseling e promozione della Salute promosso dall'AIRP, svolge a Livorno l'attività di libero professionista in qualità di Psicoterapeuta e Psicologo Analista e conduce gruppi di mutuo auto aiuto su vari Disturbi e sul disagio più in generale.


Mengheri, M. (1989). Handicap, corpo e immagini: il gioco della sabbia, Equilibrio, III, 8, 22-26. Comunicazione presentata al Congresso Nazionale "Handicap e Sport", Fossombrone 7-8 Luglio 1989.
 Mengheri M., (2001), Il Gioco della sabbia, in Genitori e figli Conoscere per avvicinarsi, Un percorso psicosomatico Mengheri M. (a cura di), pp. 147-156, ed. EUR, Roma


Emanuela de Vita- Ombra colorata
( counselor ad approccio integrato in formazione)

venerdì 20 luglio 2012

TERAPIA DI GRUPPO

JUNG sulla TERAPIA DI GRUPPO

«In una lettera di Jung si legge: “Anche un piccolo gruppo è retto e influenzato da uno spirito di gruppo suggestivo che, se buono, può avere un’azione sociale favorevole, naturalmente a prezzo dell’autonomia spirituale e morale dell’individuo. Il gruppo esalta l’Io: ci rende più audaci, più presuntuosi, più sicuri, più insolenti e irriguardosi; ma il Sé è schiacciato e respinto indietro a vantaggio della mediocrità…La terapia di gruppo è, secondo me, capace di giovare soltanto all’uomo ‘sociale’. Ai giorni nostri, in cui si annette tanta importanza alla socializzazione del singolo perché si richiede anche una particolare capacità di adattamento, è attribuita certamente una maggiore importanza lla formazione di gruppi orientati psicologicamente…Lascio all’individuo pieno diritto d’inserirsi della società; quanto a me, lotto in favore degli inalienabili diritti dell’individuo, solo portatore di vita, minacciato oggi, nel modo più grave, di livellamento. Anche nel gruppo più ristretto egli è accettabile soltanto se appare tale alla maggioranza. Deve accontentarsi di essere tollerato. Ma la sola tolleranza non fa progredire nulla; al contrario, induce a dubitare di sé, cosa di cui, in determinate circostanze l’individuo isolato che ha qualche cosa da rappresentare soffre particolarmente.”»
(Marie Louise Von Franz – Il mito di Jung, p.247)

Jung nel tempo smentì questo suo pensiero 

Giulia Maria d'Ambrosio ‎ 



"Da notizie tratte da diverse fonti si sa che i discepoli di Jung si trovarono spesso in imbarazzo sull'argomento. A proposito del gruppo, Jung sosteneva che questo poteva favorire la perdita del senso di responsabilità, la dipendenza, l'imitazione e la suggestionabilità e poteva infine portare a un'eccessiva perdita di difese dell'Io. Tuttavia, il suo atteggiamento negativo nei confronti dei gruppi andò successivamente modificandosi, fino a giungere a una rivalutazione. In seguito, il percorso individuativo e l'adattamento alla collettività furono da lui identificati come una coppia di opposti. - In una lettera da lui scritta il 26 gennaio 1955 ad Hans Illing, uno psicoterapeuta di Los Angeles, Jung gli comunicava di aver fondato un gruppo facente capo al Circolo Psicologico di Zurigo. Al termine di quella lettera, Jung ribadiva l'importanza della terapia di gruppo, riconoscendone una possibile complementarietà rispetto all'analisi individuale. - Jung riconobbe i possibili limiti di entrambi gli approcci: per la terapia di gruppo una sorta di limitazione da parte del collettivo e per l'individuale la possibilità di trascurare l'adattamento sociale. Da ciò emerge la possibile complementarietà delle due terapie." - Wilma Scategni,Psicodramma e terapia di gruppo, Red Edizioni, 1996
Aggiungo che il sostanziale disadattamento al mondo sociale di molti terapeuti, quella certa mancanza di fluidità verso le cose comuni, risente proprio della mancanza di un lavoro di gruppo. Con questo, rimango sulle mie rispetto a certi gruppi di bioenergetica e company. Ritengo che l'approccio teorico sia comunque importante.
 In ogni caso, personalmente, come ho accennato sopra, ritengo sostenibile l'esperienza dello psicodramma junghiano, che è una forma di lavoro di gruppo basato sull'amplificazione e non sull'interpretazione, che restituisce ai soggetti protagonisti una serie di informazioni che possono poi essere lavorati nell'individuale. E' senz'altro la forma più potente di uso della funzione trascendente che ho incontrato (intendo più dell'immaginazione personale, del gioco della sabbia, dell'uso del disegno, delle fiabe, del canto e del lavoro sul corpo, tutti campi in cui ho esperienza approfondita). Altre forme di lavoro di gruppo non legate all'area junghiana mi lasciano sempre perplessa, perché - e questo è una mancanza di supporto teorico, però - non approfondiscono le tematiche dell'Ombra contemporaneamente alle tematiche di Luce. Emanuela de Vita


Giulia Maria d'Ambrosio è medico, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta. Formatasi come ricercatore in neurofisiologia presso l'Università di Milano, ha approfondito l'esperienza in campi diversi sia come terapeuta che come consulente ed è formatrice di counselor.

mercoledì 18 luglio 2012

LA GUERRA DEI POVERI CONTINUA

quando leggo i commenti degli psicologi in guerra aperta con i counselor mi rendo conto con quanta superficialità vengano misurati e considerati certi percorsi che in realtà non si conoscono.
Riporto un’intervista di Aldo Carotenuto:io non dimentico però una frase che Jung dirà a un certo punto nei suoi Ricordi, sogni e riflessioni dove dice che noi dobbiamo sapere tutto, conoscere a perfezione quanto detto da Freud e da altri autori, ma poi dobbiamo anche saper dimenticare tutto. In questo senso io potrei dire che lo specifico di Jung, la tecnica junghiana è quella di non avere nessuna tecnica. Io sono del parere che due analisti, che hanno veramente molta esperienza, siano di per sé inconfondibili, perché l’esperienza stessa porta le persone – in questo caso specifico gli analisti – ad avere lo stesso comportamento.

Molto interessante il commento di un visitatore molto competente 
Tommaso Valleri

Queste discussioni rischiano, a mio avviso, di essere interminabili. Le posizioni non sono – da queste premesse – conciliabili. Credo che occorra prenderne atto. Le mediazioni sono auspicabili, ma non sempre possibili.
Il counseling è alla ricerca della propria autonomia non già dalla psicologia, ma dalla professione di psicologo.
Così come in passato lo è stato per voi nei confronti della medicina. Ho seguito molto da vicino i vari carteggi (riunioni, dibattiti, etc.) che hanno portato alla costituzione dell’Ordine degli psicologi, e il tenore delle discussioni era esattamente questo. A parti rovesciate: psicologi (pochi, per la verità, per lo più dipendenti pubblici spinti dal sindacato e qualche universitario) vs medici.
Voi giustamente rivendicate una vostra prerogativa, così come i medici ancora oggi la rivendicano nei vostri confronti (basti pensare a quel pasticciaccio sulla diagnosi psicologica nella sanità pubblica).
Voi tendete a denigrare la nostra formazione, così come i medici denigravano la laurea in psicologia.
Anche voi avete avuto i vostri problemi (quanti psicologi improvvisati sono entrati nell’Ordine tra il 1989 e il 1992-93?) così come noi abbiamo i nostri (corsi di pochi giorni, persone scorrette, etc.).
Ognuno di noi seguirà le proprie strade, è possibile che presto (prima di quanto avevo previsto) si arrivi ad uno scontro. E’ possibile che verranno trovate soluzioni all’italiana, come spesso accade (cosa che proprio non auspico, però).
Rispetto la vostra opinione, e comprendo anche i vostri tentativi di salvare il salvabile. Mi permetto solo di dirvi che state secondo me seguendo la peggiore delle strade possibili, anche in considerazione dei mutamenti di opinione che la società ha avuto negli ultimi 10-15 anni rispetto alle professioni ordinate.
Da parte nostra, credetemi, nessun astio nei vostri confronti. Mi dispiace solo che voi ne nutrite molto nei nostri, di confronti. Spesso ho il sentore che queste discussioni rischino di diventare una valvola di sfogo per le insoddisfazioni, i malumori, la percezione di non avere un giusto riconoscimento, i problemi di collocamento professionale, di lavoro, di pensione, di riconoscimento sociale, di insoddisfazione verso l’università, etc.
Comunque sia, in futuro vediamo cosa accadrà.
Io personalmente, nel mettere in piedi con altri colleghi un’associazione professionale, non ho inteso né dichiarare guerra agli psicologi né tanto meno silularli in alcun modo. Peraltro la mia storia professionale – che pur è particolare, me ne rendo conto – mi porta da tanti anni a collaborare con psicologi, psichiatri e psicoterapeuti.
Lo abbiamo fatto perché crediamo che il counseling (ma soprattutto i counselor) abbiano bisogno di regole, di orientamenti certi, di limiti, di professionalità. Lo abbiamo fatto per isolare gli sciamani, i maghi, i professionisti di dubbia provenienza. Lo abbiamo fatto dandoci regole condivise con altri paesi dalle medesime categorie, regole che piano piano stanno diventando anche le vostre (aggiornamento permanente, assicurazione obbligatoria, supervisione obbligatoria, etc.). E mi darete atto che noi lo abbiamo fatto fin da subito, senza la necessità di avere questo o quel decreto che ci obbligava.
Dunque, concludendo perché vi ho già rubato abbastanza tempo, io sono ben lieto di discutere e di dibattere tutto, a patto che non si scada nel dare di cialtroni a tutti a prescindere colpendo nel mucchio.
Disposizioni in materia di professioni non organizzate in ordini o collegi
Il 17 aprile 2012 la Camera dei deputati ha approvato il testo: Disposizioni in materia di professioni non organizzate in ordini o collegi. (C. 1934 Froner, C. 2077 Formisano, C. 3131 Buttiglione e C. 3488 Della Vedova e C. 3917 Quartiani). In data 19 aprile 2012 il testo di legge è arrivato al Senato con atto n. 3270. Il ddl è al momento in attesa di essere assegnato alla commissione competente. 
riferimento: D.D.L.
pubblicazione: Senato della Repubblica n° 3270 del 2012

VISUALIZZA QUI LA PROPOSTA DI LEGGE http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00658074.pdf

Counselor

Counselor e Counseling

e Promozione della salute... descriviamone gli ambiti

1. Introduzione

Oggi più che mai, e soprattutto nei giovani, se c'è da intraprendere un qualsiasi percorso decisionale, c'è la tendenza di trattenersi a lungo nelle valutazioni delle alternative possibili. Si passa per riflessività l'incapacità di decidersi ad affrontare il rischio di una precisa decisione. La richiesta di chiarezza originata in un momento di effettiva confusione, piene rapidamente una sollecitazione a conpidere la responsabilità e questo spesso maschera un tentativo di delega della medesima. Con il processo di counselinga da pproccio integrato, proposto dalla nostra scuola, insegnamo ai futuri counselor ad assumersi le proprie responsabilità e quali siano i loro diritti chiarendo, con maggior consapevolezza, i ruoli e le identità e ciò che a quel ruolo spetta. Questo, di per sé, crea uno stato di benessere.
La molteplicità degli interventi di aiuto, apparsi in questi ultimi decenni, ha permesso, consentito, trascurato di vedere questo strumento come processo orientato anche verso la promozione della salute . Dare, o ri-dare, dignità alla salute, dopo il "troppo" spazio mentale che è stato fornito al disagio è significato, spesso, toglierle il valore, la valenza che merita a scapito e dimenticando il fatto cheessa deve essere accolta, coccolata, valorizzata, coltivata come un locus a favore del nostro benessere.

2. Nascita e campo di azione del Counseling

Il counseling è nato negli Stati Uniti negli anni cinquanta. Fin da allora si è posto come supporto nei servizi socio-psicopedagogici e/o come servizio di orientamento psico-sociale e lavorativo nel singolo, nella coppia,nella famiglia e nelle organizzazioni sia pubbliche che private.
La varietà degli ambiti d'intervento del counseling , a cui fa riscontro un'altrettanta ampia gamma di modelli teorici di riferimento, testimonia l'esigenza e la complessità con cui oggi si esprime, con il bisogno della relazione di aiuto, la risposta, da parte del counselor ,volta a offrire al cliente l'opportunità di esplorare, scoprire e rendere chiare modalità del vivere più proficue e improntate all'ottenimento di un maggior benessere.
Si stabilisce una relazione di counseling quando una persona, che riveste regolarmente o temporaneamente il ruolo di counselor, "offre o accetta esplicitamente di offrire tempo, attenzione riguardo a una persona o a più persone temporaneamente nel ruolo di cliente/i" (Sanders,2003, p.13).
In alcune persone, poche sedute orientative sono risultate sufficienti ad aiutar loro a trovare quella sorta di equilibrio o ri-equilibrio che cercavano. Questo non significa rinnegare la professione di psicoanalista o psicoterapeuta, ma, con maggior consapevolezza, imparare a muoversi, grazie a ricerche teoriche e pazienti, anche nel processo e per la formazione del counselor .Lavoro che, quando è possibile, consente in pochi mesi di aiutare una persona a ritrovare se stessa. Niente a che vedere col processo psicoanalitico o psicoterapeutico. I tempi e le esigenze sono cambiati e così anche noi professionisti della "psi"dopo averlo imparato con i nostri pazienti, dalle nostre e loro sedute e ricerche, abbiamo valorizzato appieno questa figura fino a ritenere opportuno formarne, in Italia, un nuovo profilo professionale .Gli strumenti usati per questa "quasi nuova" figura professionale -da più di cinquanta anni esiste in America- devono essere sempre più flessibili e articolati, capaci di contenere il disagio e forme di intervento sempre più brevi ed efficaci che non comportino un costo eccessivo in termini di tempo, denaro e di energia. Promuovere il cambiamento, promuovere la salute entra tra le strategieche ci devono aiutare a vivere meglio. Concederci di cambiare, in questo mondo sempre più specialistico e settoriale, non è una condizione sufficiente ma piene indispensabile perché si possa pensare a nuove strategie più snelle, più proficue e più efficaci.
Per definire il campo d'indagine del counselor dobbiamo capire chi è, come,dove opera e perché. Il processo di counseling oscilla tra una relazione a carattere prevalentemente educativo e una a carattere prevalentemente terapeutico. Non dimentichiamo che gli psicologi in Italia esistono solo da poco più di quaranta anni. Quella che oggi definiamo "terapia" era appannaggio dei saggi, dei cari amici, dei nonni di famiglia, dei sacerdoti, dei curanderos, dei cantastorie, dei proverbi. Con teorie, tecniche e metodi sempre più precisi e raffinati sono nati gli psicoanalisti prima e, più tardi, gli psicoterapeuti con i numerosi e persificati approcci teorici. Cinquantanni fa, in Italia, il sistema sociale, come gli psicoterapeuti, erano, riguardo il reale aiuto psicologico alla personae la promozione della salute, praticamente assenti.
Il processo di counseling è un processo,un itinerario attraverso il quale il soggetto apprende ad essere sempre più libero, perché con il percorso si sciolgono condizionamenti interni ed esterni che, per varie ragioni, limitano al consultante le potenzialità. In questa progressiva conquista di sé matura anche l'apertura verso gli altri e la responsabilità al farsi carico di loro eventuali necessità. La situazionedi attaccamento a cui sembriamo riferirci non si risolve in una relazionedi accadimento che faciliterebbe nel soggetto una sorta di regressione con una più o meno esplicita delega di responsabilità al counselor, ma inun passaggio da una condizione di incertezza a un'ipotesi controllata di assunzione di rischio che ogni decisione comporta e che impegna oltre il momento stesso in cui è stata presa.
In un processo di counseling il soggetto impara a ripercorrere in modo consapevole il proprio passato e a schiudersi a una visione di futuro che gli permettedi sperare ad un miglior stato di benessere e in un miglior esito positivo delle sue scelte: la mente piene predisposta ad accogliere (anche) il successo. La persona che si presenta al counselor è, di solito, in un momentaneo stato di crisi, ma anche sostanzialmente in grado di assumersi l'onere delle responsabilità delle sue decisioni. È necessario che il counselor impari a formulare giudizi sintetici, a volte lapidari, che determinino decisioni puntuali e non differibili. Si sta parlando di una grande responsabilità e capacità di cogliere al volo la parola, l'espressione, il sospiro del consultante per lavorarci sopra e restituirgli tutto questo elaborato e dunque più chiaro, per aiutarlo ad una maggiore aperta consapevolezza di ciò che sta portando inseduta.
Il counseling psicologico consiste in un intervento di aiuto, in un processo attraverso il quale il singolo, il gruppo o i partner vengono aiutati a comprendere la situazione fonte di conflitto, a gestire il problema assumendosi inpidualmente la responsabilità, ad acquisire le abilità a prendere decisioni e ad operare scelte. Il processo di counseling mira all'autoconsapevolezza, all'autopercezione, all'autodeterminazione e all'autocontrollo. Ha a che fare con l'area del benessere (promozione della salute) e del disagio (prevenzione e relazione d'aiuto). In un'ottica di approccio integrato, in cui lo collochiamo, l'intervento formativo si compie attraverso specifiche fasi sia teoriche che esperenziali. Il counseling può essere avvicinato a una particolare modalità di entrare in relazione col cliente (inpiduo o famiglia che sia) inteso come sistema, e alla sua storia. Allo stesso tempo però, analogamente alla psicoterapia, consiste in un progetto indirizzato al supporto e sostegno attraverso la relazione.
Per il counselor non esistono situazioni facili. Ogni richiesta mette in gioco la sua identità, il dover chiedersi continuamente e con chiarezza "chi sono io?" e con la sua rete relazionale, "chi sono io per loro?" e ancora, "chi sono gli altri per me?". Chi intraprende il mestiere del counselor deve saper rispondere con chiarezza a queste domande e a collocarle nell'oggetto intorno a cui si articola la richiesta d'intervento: lo studio, la malattia, il lavoro, la famiglia, la provenienza…….. Perognuno di questi interrogativi occorre "aiutare a" trovare una risposta," che sia soddisfacente sotto il profilo dell'autopercezione, della comprensione del problema, della densità emotiva del problema e dei valori chiamati in gioco" (Binetti e Bruni,2003, p. 17).
Nel processo di counseling il soggetto deve essere già consapevole di assumersi le proprie responsabilità (spesso non è presente questo, soprattutto all'inizio, in un processo psicoterapeutico) anche se il soggetto attraversa un periodo di confusione e di timore. Il counselor deve essere ben attento ad evitare le possibili contaminazioni emotive in cui il soggetto alcune volte cerca di attrarlo, confondendo i confini della propria e sua identità. Per questo piene indispensabile un lungo periodo di supervisione durante la formazione del counselor , in modo non perso a quanto avviene nel training psicoterapeutico. Ciò deve avvenire con massima accuratezza, considerando che le sedute che propone il counselor ai suoi clienti, per un percorso di counseling , non devono superare mai il numero di venti. Una lettura inadeguata dei bisogni del soggetto può comportare una distorsione nella valutazione della richiesta e quindi una ridefinizione del problema in termini improduttivi. È qui che si può distinguere un processo di psicoterapia breve da un intervento di counseling anche se a volte è proprio questo che fa da precursore alla presa di coscienza del cliente (o suggerimento del counselor ) della necessità di un lavoro che veda mettersi in moto parti psichiche più profonde. Di solito è proprio perso l'atteggiamento profondo con cui il soggetto accede alla richiesta, anche se non ne è consapevole. Inaltre parole molti soggetti si avvicinano al counselor perché temono una psicoterapia ma non sanno che hanno gia iniziato con esso un processo che porterà loro, più tardi, magari a uno o due anni di distanza, ad un processo psicoterapico.
Il counselor spiana la strada, allevia la paura e rende più consapevole, nei casi in cui ce ne è bisogno, dell'esigenza del cliente al trasformarsi in paziente per guardarsi ancor con più energia, e meno timore, in profondità.Questa figura professionale è dunque di grande aiuto non solo al cliente in quanto, anche nei casi i cui il suo intervento non appaia immediatamente proficuo (come del resto in molti lavori psicoterapeutici o psicoanalitici) può contenergli e ridimensionarglile paure, ma anche allo psicoterapeuta perchè il suointervento gli sta preparando, formando, un soggetto più consapevole della propria situazione psicologica e dei suoi bisogni.